ETRUSCHI DNA di A. Palmucci - etruschi-dna.it
DNA E ORIGINI DEGLI ETRUSCHI

DNA E ORIGINI DEGLI ETRUSCHI

 

ETRUSCHI   DNA TARQUINIA ORIGINI

 

di Alberto Palmucci

 

 

 

 

Aggiornato a ristrutturato da “Aufudus” (62-63), 2007.

Università di Bari (Dipartimento di Scienze dell’Antichità),

Università di Roma Tre (Dipartimento di Studi del Mondo Antico).

                                                              

1. Analisi antropologica.

Dall’analisi antropologica condotta sugli scheletri degli Etruschi, il Meseri, nel 1953, ricavava che gli Etruschi “sono autoctoni dell’Italia centrale”[1]. Al congresso di Londra del 1959, Hugh Hencken affermava, però, che “Gli Etruschi erano tipici delle genti del Bronzo del Mediterraneo orientale”. In quella stessa occasione, Smith affermava che l’alta frequenza del gruppo sanguigno di tipo B fra gli Etruschi faceva ipotizzare una loro origine dall’oriente. Nel 1957, poi, il Capperi, in uno studio sui principali caratteri morfologici di vari gruppi del Mediterraneo e del vicino e medio Oriente denunciava un’affinità pronunciata fra gli Etruschi e le popolazioni sumeriche del IV e II millennio a. C. I risultati delle ricerche, infine, effettuate da E. Pardini e P. Bassi, nel 1974,  sulle misure craniche indicavano che le vicinanze più strette con gli Etruschi si osservano nei gruppi della Troade, dell’Anatolia  e della Siria-Palestina[2].

 Sembra dunque che dalle analisi antropologiche si possa ricavare che il tipo etrusco avesse le caratteristiche mediterranee degli abitanti dell’Italia centrale, ma anche quelle orientali degli abitanti della Troade e in genere dell’Anatolia.  

 

2. Il DNA degli Etruschi e dei popoli orientali.

A cominciare dal 1987 noi abbiamo condotto un prolungato studio sull’Eneide di Virgilio ed i suoi antecedenti mitostorici. In modo particolare, abbiamo esaminato la tradizione della consanguineità degli Etruschi di Corito Tarquinia con i Troiani[3].

 Nel 1994, i genetisti Luigi Cavalli Sforza e Alberto Piazza, unitamente all’ecologista Paolo Menozzi, rendevano noto che le caratteristiche genetiche di coloro che oggi, in Italia, vivono nella regione dell’antica Etruria  sono notevolmente diverse da quelle degli altri Italiani[4]. Con ciò, essi ritenevano possibile che gli Etruschi fossero un popolo immigrato, come proposto dalla tradizione della parentela con i Troiani, e concludevano che dati più attendibili potrebbero venire dall’esame genetico degli abitanti delle presunte originarie regioni[5].

 Al Congresso Internazionale Anatolisch und Indogermanisch (Anatolico ed indoeuropeo), tenutosi presso l’Università di Pavia nel 1998, noi abbiamo portato un contributo dal titolo Tarconte, un ponte mitostorico fra Tarquinia e Troia, dove presentavamo una lunga serie di documenti testimonianti che gli Etruschi, a torto o a ragione, ma forse a ragione, ritenevano d’essere imparentati con i Troiani. In quella stessa occasione facevamo rilevare che il nome di Tarconte, fondatore eponimo di Tarquinia (etr. Tarchuna), venuto dall’Anatolia, trova riscontro in quello del dio anatolico Tarui o Tarhui o Tarhun o Tarhunt[6]. Dai testi ittiti risulta che questo dio era il protettore di Wilusa Taruisa / *Tarhuisa (Ilio Troia). I nomi di Troia e di Tarquinia deriverebbero dunque da quello della stessa divinità[7].

In un susseguente lavoro su L’origine degli Etruschi nelle fonti Etrusche (“BollStas” 2002), Abbiamo anche auspicato che prima o poi i genetisti dessero una conferma significativa. E i genetisti l’hanno poi data, sì che in America, Christopher Wilhelm, professore alla Mayfield Senior School della California (U.S.A), ha potuto far presente che il lavoro dei genetisti ha sostanziato la documentazione archeologica e letteraria che io stesso avevo presentato (C. Wilhelm,  The Aeneid and Italian Prehistory).

 Nel 2004, infatti, una prestigiosa rivista americana di genetica, seguita nel 2006 da un’altrettanto autorevole rivista inglese, ha pubblicato i dati ottenuti dalla equipe del genetista Guido Barbujani durante un’indagine condotta sul confronto tra il DNA mitocondriale degli antichi Etruschi e quello di coloro che oggi abitano in Italia, in Europa, nel Nord Africa e nel vicino Oriente. Debbo ringraziare Barbujani per avermi fornito i testi inglesi originali delle pubblicazioni, ed avermi così liberato dalle pubblicistiche informazioni che avevo ricevuto dai media.

 Al termine dell’indagine, l’equipe ha riscontrato che il DNA degli antichi Etruschi ha qualche somiglianza con quello degli attuali abitanti di quelle parti d’Italia corrispondenti alla vecchia Etruria. Entrambi i DNA, poi, l’antico e il moderno, non presentano significative somiglianze con quello delle altre regioni italiane (Sardegna compresa) ed europee. Somigliano però da un lato a quello di alcune attuali  popolazioni della Germania e della Cornovaglia, e dall’altro a quello delle attuali popolazioni delle coste meridionali del Mediterraneo e del vicino Oriente. I ventotto scheletri indagati sono stati prelevati a Tarquinia, Magliano, Castelfranco, Castelluccio, Volterra, Capua ed Adria. Essi provengano da differenti località, ma non mostrano fra loro significative diversità genetiche.

 Da questa omogeneità Barbujani ha dedotto che i vari popoli che componevano la Federazione Etrusca, costituissero una nazione etnicamente omogenea. Il fatto poi che le loro caratteristiche genetiche non abbiano una grande corrispondenza con quelle degli attuali “Etruschi” gli ha fatto pensare che il DNA degli antichi scheletri indagati apparteneva esclusivamente al ceto dominante derivato dal popolo invasore. Questo ceto avrebbe introdotto anche la lingua; e dopo la conquista romana, esso sarebbe scomparso assieme alla lingua. Noi, tuttavia, in un recente lavoro (“Aufidus” 2007 “62-63”), pubblicato con l’Università di Bari e di Roma Tre, abbiamo fatto presente che la somiglianza del DNA degli Etruschi con quello degli odierni popoli germanici ed orientali potrebbe anche esser dovuta ad unità di stirpe con l’una o l’altra gente o con entrambe distintamente, e che unità di stirpe e migrazioni potrebbero essere anche concomitanti. 

 Nell’aprile 2007, un’equipe guidata dal prof. Antonio Torroni ha pubblicato nella sopra citata rivista americana i risultati di una nuova ricerca[8]. L’equipe ha studiato il DNA mitocondriale di 322 persone toscane abitanti da almeno tre generazioni a Murlo, Volterra e Valle del Casentino, e non imparentate fra loro. Lo ha poi confrontato con quello di altri quindicimila soggetti di cinquantacinque popolazioni dell’Italia, dell’Europa, dell’Africa settentrionale e del vicino Oriente. 

 Ringrazio Torroni per avermi inviato il testo inglese della pubblicazione.

 La sua equipe ha riscontrato una connessione fino al 17,5% fra il DNA degli attuali Toscani e quello degli attuali abitanti del vicino Oriente (Turchia, Giordania e Siria), delle coste dell’Africa del nord e delle isole Egee (Lemno e Rodi). E’ interessante, in particolare, come dice la stessa equipe, che però la popolazione di Lemno ha due importanti particolarità. Da un lato ha somiglianze genetiche con i Toscani e dall’altro “è un’eccezione nel panorama genetico per le particolari caratteristiche che la distinguono sia dalle moderne popolazioni europee che da quelle del Vicino Oriente”.

 Ora, Lemno è un’isola troppo piccola perché un’eventuale emigrazione in Italia possa aver determinato le caratteristiche genetiche degli Etruschi. Le somiglianze genetiche rendono invece possibile un’emigrazione dall’Etruria a Lemno ed alle altre isole egee senza escludere una migrazione di ritorno Ciò porta a riconsiderare, come vedremo, le affermazioni di certi storici greci secondo cui gli Etruschi colonizzarono Lemno ed altre isole Egee fra cui Samotracia. Da qui, secondo Virgilio, gli Etruschi di Corito (Tarquinia) si portarono sulle coste nord occidentali dell’Anatolia, ed addirittura, fondarono Troia. Quest’ultima notizia desta meraviglia perché la civiltà troiana è di gran lunga più antica di quella etrusca. Troia, tuttavia, fu distrutta più volte e più volte ricostruita, anche dopo gli eventi omerici, e fino all’XI sec. a.C., sì che una gente venuta dall’Italia centrale tirrenica potrebbe aver partecipato ad una delle sue ricostruzioni. Lo diciamo ovviamente a titolo di pura ipotesi.    

Parallelamente all’indagine sul genoma umano, l’equipe del professor Paolo Ajmone-Marsan ha studiato i caratteri genetici del Bos taurus toscano di razza Chianina e Maremmana, ed ha riscontrato che anche i bovini sono in parte geneticamente simili a quelli del vicino Oriente: Turchia, Siria e Giordania. I risultati sono stati pubblicati nel 2007 dalla rivista britannica Proceedings of the Royal Society: Biological Science.  

 La somiglianza del Bos taurus toscano con l’orientale non implica però necessariamente che un popolo sia venuto in massa dall’Oriente in Italia trasferendo anche i bovini. Quel popolo potrebbe esser venuto senza bovini, aver mantenuto contatti con la terra d’origine, e in un secondo momento aver importato bestiame per opportunità commerciale, o mosso da qualche morìa di animali.

 A Tarquinia, nel porto di Gravisca è stata ritrovata una buona quantità di resti di Bos taurus di VI sec. a.C.[9] Nella necropoli, poi, gli affreschi della tomba dei Tori (VI sec. a.C.) presentano più volte questo  tipo di bovino maremmano con le corna lunghe.

 Peraltro non è pacifico che ci sia stata un’unica migrazione in un unico tempo. La migrazione potrebbe essere stata scaglionata in vari periodi, o potrebbe essere avvenuta per gruppi di persone come è avvenuto per quelle accadute dall’Europa all’America; non solo, ma ognuna potrebbe aver avuto code. E come le migrazioni per l’America partirono dai diversi Stati dell’Europa occidentale, così potrebbe essere avvenuto per quelle venute in Etruria dal vicino Oriente. Ciò anche perché le tradizioni parlano di varie genti emigrate in Etruria, come Troiani, Misi, Lidi, Lemni e Pelasgi. Ora, tutte quelle genti venivano dall’Anatolia, così, la federazione Etrusca potrebbe esser stata composta da vari gruppi di città anche diverse per origine, ma con caratteristiche genetiche poco diversificate.

 Più circoscritta è invece la somiglianza dei caratteri genetici dei Toscani con quella degli abitanti delle isole Egee di Lemno e Rodi perché, come abbiamo già detto,  l’equipe di Torroni ha riscontrato che la popolazione di Lemno è “un’eccezione nel panorama genetico per le particolari caratteristiche che la distinguono sia dalle moderne popolazioni europee che da quelle del Vicino Oriente”.

Ricordiamo  che Lemno è un’isola che si trova a ca. 25 miglia dinanzi a Troia, e che proprio a Lemno sono state trovate iscrizioni in una lingua simile a quella etrusca.

 Per render produttive in campo storico queste evidenze bisognerà inserirle nello studio dei recenti reperti archeologici, delle caratteristiche della lingua, e delle antiche fonti storiche e letterarie che rapportavano fra loro gli Etruschi coi popoli orientali. E, poiché alcune tradizioni, come vedremo, narravano che gli Etruschi fossero imparentati con i Troiani sia in linea ascendente che discendente, sarà pure importante indagare cosa mai gli  Etruschi ritenessero sulle proprie origini.

 

3. Dai Rinaldoniani ai Micenei.

Ad iniziare dalla metà del terzo millennio a.C., nel territorio che in epoca storica si chiamerà Etruria, si sviluppò una civiltà che gli archeologi hanno chiamato di “Rinaldone” dal luogo dei primi ritrovamenti fatti a Rinaldone, presso Montefiascone, sul lago di Bolsena. I Rinaldoniani ebbero i loro maggiori stanziamenti e la loro maggiore concentrazione nella valle del fiume Fiora ed in quella del Marta emissario del lago di Bolsena. Un centro importante fu però Luni sul Mignone. Vari reperti sono stati trovati anche a Tarquinia e sul mare di Civitavecchia.

 I Rinaldoniani erano alti e dolicocefali. Fra il  XVIII e il XVII sec. a.C. scomparvero in modo repentino e totale. Sul territorio già da loro occupato comparve una nuova popolazione di statura bassa e cranio brachicefalo. Ciò dovrebbe voler dire che essi morirono tutti per una pandemia o furono sterminati dalla popolazione subentrante oppure furono scacciati o comunque emigrarono. La facies culturale che appare con l’avvento della nuova popolazione è eterogenea ed ha scarsa originalità. Scomparve attorno al XV-XIV sec. per l’avvento della cultura Appenninica.

 Già dal XIV sec. a.C., fra gli Appenninici che abitavano lungo il bacino idromontano del fiume Mignone, nella regione che poi apparterrà alla lucumonia di Tarquinia, giunsero dalla Grecia i mercanti Micenei. Approdavano alla foce del Mignone e risalivano il fiume forse a cercare l’allume che abbondava sulle colline di Allumiere. Il nome di Corito (Tarquinia) peraltro è presente nei testi delle cosiddette Tavolette micenee fra quello dei luoghi con i quali essi avevano contatti. In altre Tavolette, poi, si parla dell’acquisto di allume.

 Dal suo canto, il mondo egeo presenta reperti archeologici che testimoniano la presenza di gente venuta dall'occidente[10]. Renato Peroni e Gilda Bartoloni ritengono possibile che alcuni micenei, ai loro ritorni dall’Italia in patria abbiano indotto una parte di indigeni a seguirli sulla rotta verso oriente: col tempo questo movimento potrebbe aver assunto le dimensioni d’una migrazione[11]. Le migrazioni tuttavia potrebbero essere iniziate già da qualche secolo quando i Rinaldoniani avevano abbandonato per non sappiamo quale meta la loro regione. Avremmo dunque, secondo il Peroni e la Bartoloni la documentazione archeologica di uno spostamento di persone dall’Italia nella Grecia micenea. La notizia, infine, conclude la Bartoloni, riportata dai documenti egizi dei secc. XIII e XII, dove si parla della presenza di Turusha (Tirreni?), Peleshet (Pelasgi?), Shekelesh (Siculi?) e Sherden (Sardi?) fra i Popoli del Mare invasori dell’impero ittita ed aggressori dell’Egitto, potrebbe porci di fronte alla documentazione scritta della presenza nel Mediterraneo orientale di gente arrivata dall’Italia[12]. L’ipotesi d’una migrazione dall’Italia verso oriente trova comunque conforto, come vedremo subito, anche nei racconti di alcuni storici Greci e nell’Eneide di Virgilio. 

 

 4. La diaspora etrusca.

Mirsilo di Lesbo (III sec. a.C.) raccontava che i Cabiri o Grandi Dei si adirarono con gli Etruschi perché questi non avevano offerto la decima dei figli. Ci furono siccità e carestie per tre generazioni, ed infine molti Etruschi, oppressi anche da altre sventure d’ogni genere, abbandonarono la loro terra.

 

Costoro, - diceva Mirsilo -, furono dunque i primi ad emigrare dall’Italia e ad andare in Grecia ed in molte regioni dei Barbari [...]. E nel corso del loro continuo vagare senza fissa meta assunsero il nome di Pelargi a somiglianza degli uccelli chiamati Pelargoi (cicogne) perché come questi migrano a stormo per la Grecia e nelle regioni dei barbari. Essi  innalzarono pure il muro di cinta che circonda l'acropoli di Atene, il cosiddetto Muro Pelargico[13].

 

Storicamente, il cosiddetto Muro Pelargico di Atene risale alla seconda metà del XIII sec. a.C. Oggi, dall'esame di un rilievo trovato sul luogo, è stato scoperto che sull'Asklepion fiancheggiante il Muro, era raffigurata una cico­gna[14]. In alcune  fonti questi Tirreni Pelargi sono chiamati Pelasgi, in altre anche Pelasti[15]. Sono probabilmente gli stessi nomi che, tradotti in geroglifici egizi, vengono letti  Twrwsha e Peleshet, ed appartengono ad alcuni di quei Popoli del Mare che, come vedremo, tenteranno poi  d’invadere l’Egitto. Nelle figurazioni egizie, infine, si vedono i Peleshet portare copricapi formati da piume d’uccelli, e navigare su navi che a prua e a poppa presentavano protomi di uccelli con collo e becco lunghi come quelli delle cicogne (cfr. gr. Pelastoi e Pelargoi = cicogne)

 Gli emigranti, spiegava Strabone, erano partiti da Regisvilla (un sito sulla costa a nord di Gravisca, il porto di Tarquinia), e si erano recati ad Atene guidati da Maleos o Maleotos[16] o Malteos[17], donde il nome del porto tarquiniese di Malta.  Da altre fonti ricaviamo che si unirono a gente sicula, ed andarono a sbarcare in Acarnania (regione greca  sul mar Adriatico)[18], poi si recarono in Macedonia[19], poi a Tebe[20] dove introdusseri il culto della madre dei Cabiri, raffigurata come Cicogna[21]. Scacciati, infine da Tebe, si recarono ad Atene[22].

Quei Pelasgi o Tirreni che avevano emigrato ad Atene si portarono poi nelle isole Egee (Samotracia, Lemno, Imbro, Lesbo, Chio) e sulle coste dell’Asia minore (Cizico, Placia, Scilace), dove introdussero la religione dei Misteri[23]. Questa praticava il culto dei Cabiri o Grandi Dei, che erano le stesse divinità che i Tirreni, secondo Mirsilo, avevano venerato fin dal tempo in cui abitavano in Etruria. Si narrava, peraltro, che Dardano dall’isola egea di  Samotracia ne introdusse il culto  in Asia minore dove i suoi nipoti avrebbero fondato Troia[24]. Si diceva pure che sua moglie Myrina avesse fondato Myrina, capoluogo dell’isola di  Lemno, davanti a Troia[25]. Murina è anche un gentilizio etrusco presente a Tarquinia e a Chiusi[26].  Maleoto, poi, il tirreno o pelasgio che dall’Ertruria era emigrato ad Atene, sarebbe arrivato fino a Colofone nella Lidia[27].

  E’ da questo panorama mitostorico che Virgilio dovette recepire la tradizione secondo cui Dardano dalla tirrena città di Corythus (oggi Tarquinia) emigrò a Samotracia, e da qui sulle coste dell’Anatolia dove introdusse il culto dei Grandi Dèi e pose le origini della città di Troia[28].

 Già Erodoto notò che ai suoi tempi le residue genti pelasgiche della Grecia e dell’Anatolia parlavano ancora un’incomprensibile lingua barbara[29]. In tempi moderni, poi, nell’isola di Lemno, e stata trovata una stele scritta in una lingua simile all’etrusca, e in un alfabeto simile a quello dell’Etruria meridionale costiera donde la tradizione faceva venire gli abitanti dell’Isola. Oggi, infine, s’è scoperto che il DNA degli abitanti di Lemno somiglia a quello degli attuali “Etruschi”, ma non a quello dei popoli Anatolici. E’ dunque possibile che Virgilio avesse attinto a tradizioni  che riflettevano una qualche verità storica.

 

 5. Enea.

Alessandra, figlia del re di Troia, nella omonima tragedia di Licofrone (IV-III sec. a.C.), profetizza la rovina della sua patria e la venuta in Etruria dei profughi troiani guidati da Enea. Dice:                                                                

 

Prima egli (Enea) andrà ad abitare a Recelo (città della Macedonia), presso le vette del Cisso (a nord della penisola Calcidica), dove le donne, in onore del dio Dioniso, si adornano di corna. Poi, dopo esser partito dall’Almopia (regione della Macedonia), errabondo lo accoglierà il paese dei Tirreni, là dove il Linceo (il fiume  Mignone presso Tarquinia)[30] spinge la corrente delle acque calde, e Pisa e i campi di Agilla ricchi di ovini. Ed uno che gli era stato nemico unirà amichevolmente il proprio esercito al suo, dopo averlo commosso con giuramenti e preghiere in ginocchio. Costui è un nano (nanos= nano, errante: nomignolo etrusco di Odisseo) che con il suo vagare aveva esplorato ogni angolo della terra. E gli si uniranno anche i due gemelli Tarconte e Tirreno, figli del re (Telefo) della Misia [...], discendenti dal sangue di Ercole, i quali nella lotta son fieri come lupi (v. 1240 ss.).

 

 Della Alessandra di LIcofrone esiste una antichissima riduzione in prosa  greca dove si spiega che Nanos (= Errante) era il soprannome etrusco di Odisseo, e che quando l’eroe, con i suoi compagni, arrivò in Etruria,

 

pregò Enea di concedere loro un po' di mare ed un pezzo di Terra [...]. Enea glielo concede; ed anche Tarconte e Tirreno, figli di Telefo, abitarono in Etruria insieme ad Enea[31].

 

 Giovanni Tzetze, poi, nel commento alla Alessandra, ripeté che

 

Tarconte e Tirreno, figli di Telefo, abiteranno in Etruria assieme ad Enea. Tarconte fondatore di Tarquinia; e Tirreno colui che diede il nome alla Tirrenia[32].

 

Secondo Servio, poi, questo Tirreno, figlio di Telefo, fondò Agilla[33].. Secondo lo stesso Servio, infine, un Tarconte figlio di Tirreno fondò Pisa[34]. 

 La più antica tradizione della venuta di Enea in Italia vedeva, dunque, l’eroe trapiantato nell’Etruria marittima tanto stabilmente da poter concedere al sopravvenuto Odisseo parte del proprio territorio sulla marina, e tanto autorevolmente da poter unire si suoi Troiani anche  i Tirreni dei gemelli Tarconte e Tirreno venuti dalla Misia.

 Secondo Plutarco, poi, Enea sposò una sorella di Tarconte, chiamata Roma, che diede il nome alla città di Roma[35]. Secondo Alcimo Siculo (III sec.a.C.), la moglie di Enea si chiamava Tirrenia[36].

 

Fig. 1

A partire dalla nostra sinistra si vedono: Odisseo ed altri greci che escono dal famoso cavallo; scene di battaglia; le mura merlate di Troia; un personaggio (Enea?) con bastone di viaggiatore, accompagnato dalla famiglia, si allontana dalla città. 

 

 

 6. Documenti archeologici. 

La più antica raffigurazione della fuga da Troia si trova su un vaso etrusco (f. 1). A partire da sinistra, si nota il cavallo di legno dal quale scendono Odisseo e compagni; lo scontro fra Troiani e Greci; le mura merlate di Troia; un uomo (Enea?) e una donna, accompagnati da due bambini, si allontanano dalla città. Il vaso risale al 625 a.C. Fino a questa data, nessuno aveva nemmeno parlato d’una fuga di Enea da Troia. E quando, alla metà del VI sec. a.C., lo scrittore greco  Stesicoro di Sicilia sarà il primo a narrare ai Greci della venuta di Enea in Italia, aveva forse recepito la leggenda dal vicino mondo etrusco. La documentazione greca archeologica è poi ancora più tarda  e forse la leggenda di Enea, o di un altro troiano, che trasferisce in Etruria gli esuli Troiani ebbe origine proprio in Etruria

 La documentazione greca dipinta su vasi appare su reperti databili fra il 520 e il 470 a.C. Dall'esame del Lexicon Iconographicum Mithologiae Classicae (s.v. Aineia), emerge che la quasi totalità dei vasi greci è stata trovata in Italia, e soprattutto in Etruria:

·         6 a Vulci (il più antico è del 520 a.C.),

·         1 a Tarquinia (520 a.C.),

·         3 a Cere (510-490 a.C.),

·         1 in luogo non determinato (510 a.C.),

·         1 a Spina (450 a.C.).

 Questi vasi furono fabbricati in Grecia ad uso del mercato italico che ne faceva grande richiesta. La scena tipica è quella di Enea che lascia Troia portando sulla schiena il vecchio padre Anchise che gli si strige al collo (f. 2 a). Contemporaneamente, gli Etruschi svilupparono una nuova propria produzione di vasi con scene di Enea che fugge da Troia. Ma la produzione etrusca contiene un importante particolare in più di quella greca. Sul castone d’un anello etrusco (500-475 a.C.) di provenienza ignota, si vede Enea che sostiene il padre seduto su una sola spalla. In questa posizione, Anchise ha le braccia svincolate dal collo di Enea, e così può esibire su una mano il sacro cesto delle statuette dei Penati di Troia (f. 2 b).

 Anche in un vaso etrusco di Vulci (470-460 a.C.), Enea, accompagnato dal figlio, porta il padre seduto su una sola spalla, mentre la moglie lo precede portando sul capo un fagotto; ma non siamo sicuri che il fagotto contenga i Penati. La città di Veio ha pure restituito una serie di statuette raffiguranti Enea che porta il padre su una sola spalla, ma senza il cesto dei Penati.

 Molto più tardi, a partire dal I sec. a.C., pure i Romani, per significare il trasferimento dei Troiani nel Lazio, faranno figure con Enea ed Anchise che lasciano Troia (f. 2 d). Ma i Romani non imiteranno il modello greco, bensì quello che gli Etruschi avevano raffigurato sull'anello d’origine ignota (Tarquinia?) nel quale Anchise, seduto su una sola spalla d’Enea, recava in mano il cesto  dei Penari di Troia. E' ovvio che i Romani recepirono scena e significato dall’archetipo presente nell’anello etrusco.

 Su un altro castone d’anello (inizi V sec. a.C.), opera dello stesso artefice del precedente, si vede ancora Enea che su una sola spalla trasferisce in Etruria la propria madre Turan (Venere): il nome della madre è etrusco a significare l’origine etrusca dell’eroe (f. 2 c).

 

Fig. 2